valeriolomonaco.it
È nella solitudine della steppa, nel silenzio, nelle mie oscurità, che trovo ciò di cui sono fatto.
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Altalena (e altre amenità da far quadrare)
Qui, la primavera, che da noi significa estate, ancora non è arrivata. Il che è strano. Passaggio lungo, rasoterra, e bambini che vanno sull’altalena senza cadere con - udite udite - un padre che all’ora di pranzo ha il tempo di stare una mezz’ora con lui. Nel frattempo il mio iPod comincia a dare i classici segni dell’obsolescenza programmata con la quale svarie case produttrici di stronzate & Co. inducono il mondo intero a consumare consumare consumare e tagliare pezzi di foresta ogni giorno e cose del genere.
A proposito di cose del genere, e di passaggi e altre cose che non quadrano: qua la moto nuova tarda ad arrivare. Oggi chiamo, e vediamo. Ma tanto piove un po’ sì e un po’ no. Soprattutto un po’ forse. Il forse è peggio, induce al letto di pomeriggio (ah, quei pomeriggi a letto di tanto tanto tempo fa…) che non si sa se andare o restare. Come se dovesse dirtelo il cielo e qualche goccia di pioggia se andare o restare. Comunque.
La moto tarda ad arrivare (e due). Il che è male, perché al di là del fatto che forse piove, qui basta un giro di orologio e arriva l’estate e via allora con il profumo nel naso per scegliere da che parte andare un secondo dopo averla accesa, la moto. Ma vabbé. Natale asciutto Pasqua bagnata. Ma Natale scorso è stato molto bagnato, ergo qui girerà a sole pieno in un quarto d’ora.
La moto tarda ad arrivare (e tre). Il che in questo caso è ininfluente, che stasera porto mio padre (ergo niente moto) a vedere Lazio-Roma, cioè, a vedere la Roma, che è l’unica squadra della capitale. Mio nonno portava lui e io ora porto mio padre. Il che significa che io come figlio non sono mai stato portato allo stadio da lui. Male: mio figlio lo porterò eccome. E comunque stasera lo faccio accomodare lì, a vedere che cosa è diventato l’Olimpico dagli anni in cui era bambino lui a oggi e a capire che forse in poco più di trentanni di vita mia una volta a vedere la Roma mi ci poteva pure portare, no?
E in ogni caso, stasera portiamo a compimento la presenza di tre generazioni di romanisti. E la quarta pare che da una parte o l’altra stia proprio per arrivare. Vedremo. Intanto speriamo nel Tacco di Dio o nel Maradona dei Balcani. Ma mi sa che segna Aquilani. Totti invece è certo.
Ah, ultima cosa: stanno sventrando il mio manoscritto. Ho una sensazione strana. Sarà questa primavera in ritardo…
Tutti contro tutti: come far cadere un motorino e fregarsene
Allora, stamattina mi hanno sdraiato il motorino (e quello di un altro) all’interno del parcheggio del condominio.
Parcheggio interno, chiuso da sbarra regolamentare, e regolarmente pagato mensilmente.
Ora, il tizio che ha fatto la cosa, facendo manovra, non dico che si è assunto la responsabilità, ma non ha neanche fatto il minimo cenno di rialzarli. Li ha lasciati lì per terra. Entrambi moooolto danneggiati.
Nessuno ha visto, né sentito. Solo il portiere, a un certo punto, li ha trovati per terra e li ha rialzati. E si è ricordato di chi era uscito con la macchina un attimo prima. Ora metto un bell’annuncio. Poi vediamo.
So che non si farà vivo nessuno. Che oggi, l’inciviltà aumenta.
Alla ricerca del mezzo #1
Allora serve una cosa vera. Nel senso che non si possono affrontare migliaia di Km con un attrezzino che sia meno di 5/600 di cilindrata. Serve dunque un mezzo adatto a grandi distanze. Che saranno coperte in due, con bagaglio al seguito: ridotto al minimo (per quanto mi riguarda) ma mai meno del triplo del mio (per quanto riguarda la Carreras). La stessa ha già annunciato mirabolanti acquisti di vestitini estivi in Provenza (che saranno spediti a casa ogni tot tramite uffici postali francesi) ma in ogni caso, ci sarà da portarsi un bel po’ di roba.
Ergo… la caccia continua.
Le Foglie: del come non esserne sopraffatti
La Casa n°2 in teoria è quasi finita. In teoria. Perché in realtà ci sono ancora un numero considerevole di lampadine appese, con relativa tristezza mista al fascino del nuovo, un paio di sciacquoni che perdono e una sorta di infiltrazione nel garage. Ma siccome si tratta del garage allora sti cazzi.
Il punto sono le foglie. Un mare.
Accade così che quando si lascia la Casa n° 1 (per capirci: i lavori in corso ci sono anche lì, perché la Carreras, dopo i nefasti della tinteggiatura di mesi addietro, coerentemente con l’incoerenza dei suoi input personali, ha deciso di ritornare a quello che io le avevo inutilmente assicurato essere la soluzione migliore, ovvero il bianco, e pertanto ci troviamo ancora una volta con secchi di vernice e operai sparsi) quando la si lascia, dicevo, per lo più nei fine settimana relativamente liberi, ci si sposta come baraccati verso Nord, verso il lago, con le intenzioni migliori di recuperare le energie che durante la settimana ormai iniziano a scarseggiare già il giovedì. Lì c’è il lago, il silenzio, il caminetto acceso, i miei giochi, il lontano da tutto e tutti. Ma sono solo intenzioni.
Ora, io a casa non faccio nulla. Detesto le mogli che mio marito è bravissimo e dentro casa fa tutto lui. Poi vedi i quadri storti e non allineati, improbabili impianti elettrici dove credi di accendere la luce e invece ti parte la lavatrice o porte e finestre fuorisquadra. Vedi soprattutto, in quelle case, una elevatura culturale molto spesso prossima allo zero. E il che è normale: se passi i pomeriggi a Le Roi Merlin o al Brico a discettare di vernici anti fungo, lampadine e mammout e trapani avvitatori elettronici, è naturale che non apri un libro manco se ti cade in testa perché hai messo la mensola con degli stop sottoquotati.
Però il giardino ha il suo perché. Soprattutto per un cittadino come me. Luogo di riflessione e silenzio, e odori e nessuna luce al neon o monitor da controllare. Ho scoperto persino che i rami del ciliegio quando li bruci nel camino fanno odore di ciliegia. Cose che neanche nei libri…
Io c’ho provato - giuro - a spazzare le foglie cadute dalla aiuola laterale n° 3 sulla rampa e sul prato (che deve respirare, dicono). Ma il gioco non vale la candela. Il rapporto lavoro-tempo impiegato (perso)- risultato è sempre squilibrato. Dunque mi sono comprato un cannone da un GigaWatt (o robe del genere) che fa un rumore infernale, pesa una mezza tonnellata e ha una prolunga di cento metri. Che cento metri almeno servono per coprire il tutto. Uno di quei cannoni che aspirano, triturano, riducono ed espellono le foglie. Una ficata, parrebbe. Una croce invece, vi assicuro, perché le foglie d’inverno sono sempre - sempre - umide e bagnate, ergo due per tre si deve aprire il tutto, immergersi con le mani nella merda della ventola attoppata, svuotare e ricominciare.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che innanzitutto non riesco a fumare il sigaro mentre faccio l’operazione: l’attrezzo pesa troppo, sono affannato e mi va di traverso il Toscano (per la pipa neanche a parlarne). In secondo luogo mi sento in colpa per il rumore che faccio: dico io, uno (e altri come me, sono sicuro) scappa il venerdì dalla Casa n° 1 per trovare rifugio e silenzio nella Casa n° 2 e non appena arriva ti attacca sto coso che è più rumoroso di una metropolitana? In terzo luogo è una lotta impari. Perché dove hai pulito un secondo prima, un secondo dopo ci sono già altre foglie che magari c’è stata una ventata. E siccome ti rode, e parecchio, aver fatto tutto, vedere pulito e poi di nuovo sporco, in pratica ti metti a piantonare il giardino con il cannone in mano che neanche Navarone e non appena arriva una folata parti come con un lanciafiamme per raccogliere le ultime cadute. Insomma, il momento del Bollettino di Diaz non arriva mai. E l‘“Esercito che aveva disceso le valli in orgogliosa sicurezza (non) risale in disordine e senza speranza…”. E dunque vincono le foglie.
Mi mancano molto i libri alla Casa n° 2. Me li porto e riporto indietro, certo. Ogni finesettimana faccio la borsa d’ordinanza con libri e altre cosette (naturalmente li riporto indietro, poi: quelli che lasciano i libri sul comodino e li riprendono in mano una settimana dopo sono quelli che usano i libri come sonnifero, e non è il mio caso).
Sto pensando a doppia libreria - il che avrebbe il vantaggio di sgravare la Casa n° 1 e di avere una scorta di emergenza nella Casa n° 2 - ma poi se me ne serve uno lì mentre sono qui e viceversa? Robba da farsi andare di traverso la giornata e parte della nottata.
Sono un po’ stressato?
Vabé, fortuna che oggi è lunedì.
Siete come la Juve (poi dici perché i tifosi romanisti sono i tifosi più tifosi del mondo)
Nessuna recriminazione. Arriveremo secondi o terzi o quarti e amen.
Ma il resto è merda. Ecco perché tifare Roma è quasi un atto metafisico.
(tifo vero eh, non di quei quattro imbecilli fuori dallo stadio, ieri, e malgrado le minacce “A Catania vi uccidiamo”…)
Wishlist
No, non la canzone straordinaria dei Pearl Jam, e neanche quella a Babbo Natale, di lista, che l’ultima, di lettera che scrissi, venne consegnata come tutti gli anni al giocattolaio di fiducia (il Sor Carlo, buonanima, che era già stravecchio quando io ero piccolissimo, ma aveva un negozio in grado di regalarmi emozioni che nessun’altro luogo in vita mia). Quella lettera, saranno passati, mah, 25 anni, venne imbucata in una cassetta apposita che il Sor Carlo tutti gli anni metteva nel suo negozio e che poi sarebbe stata recapitata a Babbo Natale in persona il quale, naturalmente in quegli anni arrivava puntuale e sempre - sempre - clamoroso e veramente felice.
Quella lettera, dicevo, qualche giorno dopo la consegna finì aperta ed esposta in una vetrina del negozio (all’epoca, evidentemente, dovevo avere qualche capacità artistica perché altrimenti non si spiega il fatto che il Sor Carlo avesse deciso di esporla in vetrina). Con mia disperazione, naturalmente, che me ne stavo appiattito con le mani aperte sulla vetrina in lacrime inconsolabili, per strada, a vedere la mia lettera che una volta finita lì non sarebbe ovviamente mai stata recapitata a Babbo Natale con tutto quello che ne poteva conseguire. C’era mia madre a consolarmi e a inventarsi chissà cosa per spiegarmi che sì, in qualche modo che non ricordo più, quella lettera sarebbe arrivata comunque a destinazione. E i regali che avevo richiesto, se avessi fatto il buono e smesso di piangere, pure.
Quella fu l’ultima di lettera a Babbo Natale, dicevo, e finirono ben presto anche i Natali felici. Che dalla scuola delle suore sarei uscito pochi anni dopo con dei buoni voti, almeno un’ossessione e soprattutto il minimo della fede. Quest’ultima cosa peraltro consolidatasi ripetutamente e a varie stratificazioni negli anni.
Alla perdita del motivo principale per festeggiare il Natale, pertanto, ovvero quello religioso, si è aggiunto poi tutto il filone degli studi adulti sul materialismo e affini e dunque - è evidente - anche il motivo relativo all’aspetto prettamente pagano, ovvero i regali, è conseguentemente diventato l’aspetto principale per il quale ho iniziato da anni ad avere un vero e proprio odio.
Se a questo si aggiunge la deflagrazione della mia famiglia avita, in conseguenza della morte di mia madre pochi anni addietro, è chiaro che non esiste un motivo che sia uno per il quale io possa pensare di avere un minimo di felicità per le feste imminenti.
Se proprio mi dovessi sforzare, ecco, chiederei un saio. Un saio vero, magari comperato nel negozio che sta sulla strada tra Piazza Argentina e il Pantheon, che vende paramenti sacri e cose del genere.
Ecco, un saio mi servirebbe proprio. Anche senza cilicio.
Mi serve per una cosa che ho in mente. O forse che ho dentro. E che non è - evidentemente - una folgorazione religiosa.
Si tratta piuttosto di un rito pagano che potrebbe rendere sacra, in qualche modo, la mia vita.
Ma Babbo Natale non esiste. E il negozio che frequentavo da bambino, privo del suo Re ormai andato in un Paradiso pieno di angeli bambini che gli fanno il girotondo intorno, ne sono sicuro, adesso si chiama Zio Charlie in memoria evidente del Sor Carlo che fu. Solo che il proprietario è un cinese. Dunque andasse affanculo insieme al Natale, al materialismo, alle luci agli addobbi alle feste alla sopportazione dei parenti e dei parenti dei parenti, al 7 e mezzo, ai regali e ai sorrisi coatti.
