Entries from March 1, 2005 - April 1, 2005

La nuova Costituzione

Dunque, il fatto che si debbano dare più poteri al Presidente del Consiglio è una cosa sacrosanta. La Costituzione precedente è figlia del terrore post-fascismo e, per impedire troppi poteri nelle mani di una singola persona, la si scrisse controbilanciando ogni cosa. In pratica, rendendo impossibile andare realmente avanti. E la dismostrazione di questo è evidente nella storia della Prima Repubblica ove gli unici spostamenti rilevanti sono stati fatti all'interno stesso del Parlamento e del Senato (intesi, di fatto, a uso e consumo esclusivo degli stessi). Dunque, dare maggiori poteri per poter intervenire sul serio sulle questioni interne e internazionali della guida del Paese è una cosa giusta. Soprattuto nel caso odierno in cui (in teoria) il Premier viene eletto democraticamente. In altre parole: viene democraticamente eletta una persona per guidare il Paese e gli si devono dare gli strumenti idonei per poterlo fare.
Il fatto in sè, quindi, è cosa buona.
Il punto è invece che il potere e la capacità di esercitarlo, verrebbero dati (se venisse approvata questa Costituzione dopo il referendum che non è poi così lontano) in mano ai Premier che ci ritroviamo...
I Premier attuali, in altri tempi, avrebbero pulito i cessi...
E, dulcis in fundo, i Premier eletti, in questo sistema elettorale, vengono insediati con un sistema molto al di là di una vera, sana e reale democrazia diretta, ma vengono imposti da una serie di regole e regolucce, imposizioni e lacci, e droghe elettorali, informative ecc. ecc.. che molto poco hanno a che fare con la democrazia e che invece si avvicinano molto alla balsamica melliflua subdola dittatura.
Dunque, delle due l'una: o si cambia il sistema politico e i personaggi che ne sono attori, e dunque si elegge una persona davvero in grado di governare, oppure è molto rischioso dare maggiori poteri a gente come Berlusconi o Prodi... che sono due facce della stessa medaglia liberal-capitalistica.
VLM

Posted on venerdì, aprile 1, 2005 at 12:35PM by Registered CommenterSteppenwolf in | Comments2 Comments | References5 References | EmailEmail | PrintPrint

Il nido

La necessità di costruirsi un nido nasce con la cacciata dal Paradiso
Terrestre. Ove non vi era bisogno di riparo, di difendersi da nulla.
Ove il tetto erano le stelle e tanto bastava a dormire sonni sereni.
La mela del peccato che Eva indusse Adamo a cogliere rappresenta la nascita del Male, e dunque la necessità della difesa.
E forse non è un caso che proprio la donna sia divenuta ineluttabilmente la regina del nido.
Il nido nasce quindi originariamente come difesa, come riparo: è
necessità di sicurezza. Ma nel mondo moderno il nido rappresenta anche
il bisogno di radicamento. Dalla rapidità crescente degli eventi che si
susseguono alla velocità della fibra ottica e da quella degli
spostamenti fisici che avvengono con la supersonica degli aerei il nido
rappresenta oggi la bandierina piantata nel nostro Polo Nord personale.
Il nido è divenuto pertanto anche una affermazione di presenza.
Riparo per custodire le conquiste e conquista esso stesso. Pelle
intorno a noi per proteggere la nostra pelle e cosa è contenuto sotto
di essa.
Fuori dal nido si esce invece per andare a caccia, per misurasi con il
mondo e con l’ignoto, con i pericoli e i problemi, con i rischi e
l’avventura.
Si esce dal nido per conoscere l’altro da noi, ma per riconoscerlo tale
si deve prima sapere bene cosa siamo. E se immancabilmente ciò che
siamo è frutto di quello che portiamo nello zaino delle nostre
esperienze, ebbene deve esistere un posto dove esse possano essere
contenute.
Il nido è quindi un luogo fisico per ripararsi, per sentirsi radicati
nel mondo. Il luogo dove custodire ciò che si è raggiunto, siano
ricordi o pezzi di mondo che desideriamo tenere per noi o gelosamente
privarne gli altri oppure condividere selettivamente.
Ma il nido è necessariamente anche un luogo dell’anima. Nido è il
ricordo dei nostri giorni sereni d’innamorati adolescenti. Nido le
immagini di sogno della realtà di un futuro che si desidera per
l’avvenire. E al nido torniamo, fortunatamente, quando abbiamo bisogno
di qualche carezza.
Ecco perché si costruisce il nido anche non solo per ripararsi la
testa. Ecco perché oggi si nidifica ovunque. Si deve nidificare
ovunque. Anche in mezzo agli altri.
E anche una vita on the road non è estranea al nido. In quel caso lo si
porta dentro di noi. Ed è la ricchezza più spirituale. Tutto ciò che
possediamo è racchiuso nell’anima che custodiamo al nostro interno.
Si nasce dal nido del liquido amniotico e si torna nel nido
dell’abbraccio della terra. E il passaggio della vita è fatto di
escursioni sui cieli che ci sono concessi e che avremo coraggio di
solcare ma anche d’inevitabili ritorni per riposare le ali.
Il nido è sicurezza, è calore di rientri tiepidi e cuccia di ozio
creativo. È luogo di sogni, di progetti, di mete da tracciare per il
giorno successivo.
Anche le aquile hanno il loro nido.
Esiste inoltre il nido materno. La casa avita e i ricordi dell’infanzia dorata.
Ma poi è necessario costruire da soli il nido della maturità. Quello che dà certezza delle nostre capacità.
Si deve uscire da quello originario per conoscere il mondo e per fare
conoscenza della necessità di un nido di cui ci siamo giustamente e
volutamente privati. E nidificare oggi è pratica diversa da quella
delle generazioni precedenti. Si nidifica all’interno della comunità,
al gruppo di amici che si è scelto, al lavoro che ci permette di
costruire, alla creatività che ci consente di volare.
Oggi, che per la maggior parte dei trentenni Edipo non è più un
complesso da vincere per spiccare il volo ma è divenuto un Karma da
custodire gelosamente senza superarlo mai, costruire il proprio nido
rappresenta la liturgia iniziatica che dà accesso al mondo.
È necessario il nido per piangere al riparo dagli occhi indiscreti, per
sorridere con pochi complici, per vivere il proprio corpo mischiato con
quello di un altro, per progettare rivoluzioni e celebrare i riti
pagani che rendono sacra la nostra esistenza.
E maggiormente si sente il bisogno del nido fisico trascurando quello
spirituale tanto più significa che si subisce l’esterno. Più forte e
ricco è invece anche il nido che custodiamo dentro di noi e
maggiormente saremo sereni e a nostro agio nel mondo, là fuori.
Ma ogni volo non sarebbe possibile se non avessimo la certezza di trovare Penelope al nostro rientro.

VLM
(pubblicato su PelleNoLeather di marzo)


Posted on mercoledì, marzo 30, 2005 at 01:50PM by Registered CommenterSteppenwolf in | CommentsPost a Comment | EmailEmail | PrintPrint

Re: Sulla recensione a The Passion (di Laura)

Valerio,
tu dici che la crocifissione ha valore in quanto collegata alla resurrezione.
Oso opporre alla tua affermazione una parentesi teologica-storica iconografica.
Crocifissione e resurrezione sono legate nella vita di Gesù, ma hanno valori diversi e così la Chiesa li ha voluti tramandare.
Se così non fosse nei secoli passati si sarebbe sovrapposta
all'iconografia della croce l'iconografia della resurrezione - o come
dici tu - la tomba vuota (che c'è stata ma proporzionalmente e
numericamente inferiore).
La sofferenza di Cristo ha invece prevalso perché la Chiesa ha
voluto/creduto che Gesù rappresentasse un modello (anzi “Il modello”)
del sacrificio, che fosse un simbolo e capro espiatorio della
sofferenza umana. La sua morte è la nostra salvezza.
Gesù si sacrifica per noi uomini. Gesù in quanto figlio di Dio avrebbe
potuto evitare di morire, di soffrire, di essere torturato. Ma in
quanto uomo  -banalizzando - più buono di tutti, ha scelto di non
essere Dio, ma umano.
Il sacrificio fatto per noi (in senso dell'umanità cristiana) è
parallelo al messaggio evangelico che nella sua breve vita ha portato
avanti: ama il prossimo, porgi l'altra guancia, il mio unico Dio in cui
confido....
Ricordati che Gesù poteva fare miracoli e quindi avrebbe potuto fare un
miracolo per se stesso. Eppure ha deciso di non farlo in quel momento
cruciale per dare prova di quello che credeva: l'esistenza di Dio e
l'estrema fiducia in lui. Questo è il messaggio che deve trasparire dal
suo sacrificio.
Lui ha dimostrato con la morte atroce di amare Dio sopra ogni altra
cosa, perché credendo nella resurrezione (che equivale alla
resurrezione dopo il giudizio divino o più in generale alla eternità
dell'anima) non doveva temere la morte: il suo atto di estrema fiducia
- quindi fede- si trasforma per tutti in una prova dell'amore per Dio.
Non solo. Gesù sulla croce ha  parole di bontà e di perdono,
invoca dal cielo pietà per i suoi carnefici: "Padre, perdona loro,
perché non sanno quel che fanno " e incitato dal popolo che diceva "tu
che salvi gli altri, salva te stesso", lui non abbandona la
consapevolezza che la salvezza era nel sacrifico e quindi in Dio.
La resurrezione riguarda un altro precetto teologico, cioè la vita dopo la morte.
Gesù risorge come inconfutabile prova dell'esistenza di Dio e della sua
onnipotenza, dimostrando un assunto irragionevole, e quindi accettabile
solo come atto di fede: l'esistenza di qualcosa dopo la morte, cioè la
salvezza dell'anima. Al medesimo tempo conferma la veridicità della
Bibbia laddove afferma che il corpo e l'anima sono destinate a riunirsi
dopo il giudizio universale. Al tempo della vita di Gesù il testo sacro
era la Bibbia, non i Vangeli.
Il messia biblico si incarna in Gesù. Giocoforza  doveva risorgere
e di questo uno dei vangeli si è occupato e la Chiesa ha divulgato poi.
Tornando all'iconografia. La scelta della croce nella Chiesa serve a
veicolare un messaggio ben preciso, che è il sunto in immagine dei
precetti sopraesposti:
ricordare ai fedeli la sofferenza di Gesù, che si sacrifica per il
genere umano e nello stesso tempo serve da collegamento tra la vita
vissuta da Gesù (esempio da seguire come virtù cristiana )  e ponte benevolo verso la
morte, cioè sia incontro con Dio sia ricongiunzione dell'anima al corpo.
Sempre per quanto riguarda l'iconografia sacra, è giusto ricordare che
nulla nella storia dell'arte del passato è stato prodotto senza il
nulla osta ecclesiastico (esistono casi eclatanti di opere bocciate
dalla curia e destinate al macero, salve - è il caso di dirlo - per
miracolo. Esempio Caravaggio "La morte della vergine" e "San Matteo che
scrive il vangelo", prima versione, purtroppo distrutta se non sbaglio
durante la seconda guerra mondiale).
Qualora Gesù non sia rappresentato direttamente sulla croce, sia esso
ancora bambino o già morto, gli strumenti della passione sono al suo
fianco, come monito per il fedele: la corona di spine, la croce e altro
che al momento non ricordo.
Più in generale la Chiesa ha puntato, usando termini anti litteram, ad
una strategia di comunicazione visiva sempre coerente al messaggio da
veicolare: il sacrifico di Cristo e per Cristo, quindi per la Chiesa.
Non è a caso che tutti i martiri, poi santificati, siano rappresentati
nell'atto più tragico e cruento del loro martirio.
Certo, alcuni di questi per noi che guardiamo con occhio moderno non
fanno senso, non ci incutono pietà o malessere. Questo è un problema
estetico  collegato ad una rappresentazione, come dire, desueta,
superata o tecnicamente non perfetta. Ai tempi, tuttavia, quando furono
dipinti, corrispondevano perfettamente alla decodificazione/sensibilità
dei fedeli.

che fatica,
Laura

Posted on martedì, marzo 22, 2005 at 12:54PM by Registered CommenterSteppenwolf in | CommentsPost a Comment | References4 References | EmailEmail | PrintPrint

The Passion (rivoluzione cristiana pop e pulp) recensione da La Destra Trimestrale n°6

“In God We Trust”. È questa la frase scritta su ogni banconota americana dal 1955.  Ma è solo nel 2004 che tale frase, come profeticamente annunciato, ha trovato il modo di rendersi tanto evidente da non poter essere confutata. L’artefice è Mel Gibson, e se già blasfema appare a noi la scelta di unire Dio con il denaro, desta ancora più perplessità la volontà di accumulare soldi attraverso una vera a propria moltiplicazione dei pani e dei pesci.  
Perché di questo, a mio avviso, si tratta. Anche se non solo.
The Passion è un film che avvilisce il il messaggio storico e anche quello fideistico.
E se da un lato c’è certamente bisogno, nel mondo attuale, di un richiamo alla gravitas, alla riflessione, al richiamo dei valori cristiani su cui si è fondato l’Occidente, ebbene c’è il timore che tale messaggio, se affidato a Hollywood e alla nazione Under God, venga metabolizzato e rigettato dall’opinione pubblica che dovrebbe invece, oggi più che mai, riflettere in maniera approfondita sulla base della nostra civiltà.
Nel mondo attuale in cui sembrano avverarsi le tesi di Huntington, vale a dire quelle del celebre libro sullo scontro delle civiltà, è certamente un bene che si tenti, attraverso film su questo argomento così come su altri, per esempio con l’Ultimo Samurai di cui abbiamo parlato nel numero scorso della rivista, di sollecitare un ragionamento su valori più alti e profondi rispetto il nichilismo diffuso del nostro mondo. Ma questa riflessione, proprio perché così importante, deve avvenire con degli strumenti utili e assolutamente non fuorvianti.
Desta preoccupazione, in questo senso, che in un Occidente che deve necessariamente cercare di tamponare almeno in parte l’american way of life con il quale è attualmente condotto, si possa ricorrere alla nuova rivoluzione cristiana con caratteri pop, e anche pulp, che proviene d’oltre Oceano, per trovare un indispensabile ritorno alle origini non tanto religiose, ma filosofiche, che innegabilmente dalla tradizione europea provengono. Dall’altro lato c’è da ammettere, però, che in Europa non si riesce nemmeno a trovare un accordo per inserire un piccolo richiamo alla tradizione cristiana nella nuova Costituzione…
Tuttavia il film di Gibson, che nella direzione di un richiamo alla cristianità vorrebbe rivolgersi, è a mio avviso innanzitutto un falso storico perpetrato attraverso alcune scelte della sceneggiatura, quindi un avvilimento del messaggio fideistico e, infine, una speculazione pornografica della violenza attuata mediante il “cibo” più consumato, come pop corn, dal pubblico dell’industria del cinema.
A conferma di questo, e senza voler entrare nel merito artistico della pellicola, ci sono alcuni passaggi fondamentali della Passione.
Per esempio la flagellazione, una delle sequenze più violente del film. Seppure ci attenessimo alla volontà di Gibson di entrare fin nei minimi particolari di un fatto storico, è inaccettabile vedere un Cristo martoriato dalla flagellazione e poi crocifisso accanto a due altre persone che non hanno segno alcuno di tale supplizio.
Volendosi limitare all’aspetto storico, infatti, si deve necessariamente registrare che la crocifissione è un fatto storico che i romani ereditarono dai confini orientali dell’impero, per esempio dalla Persia (quella Persia ricacciata indietro dai Greci tanti anni prima nella prima attestazione di divisione tra Oriente e Occidente di cui ancora oggi ci dobbiamo occupare con i fatti attuali dell’Islam). La flagellazione prima della crocifissione era un fatto comunemente applicato dai romani, poiché attraverso tale pratica si faceva perdere molto sangue e forze ai condannati che, altrimenti, avrebbero impiegato molto più tempo e sofferenza prima di spirare sulla croce. Gibson, invece, nella sua ossessione di attenersi a tale flagello (che nei Vangeli, peraltro, non è specificato con tale brutalità) e di elevarlo al massimo grado di violenza, dimentica di applicarlo agli altri due condannati. Difficile, dunque, non credere a una volontà di speculazione sulla violenza di tale scelta.
Ma la scelta, ovviamente, viene a confermare la tesi che ho posto.
Il mondo attuale rigetta la violenza e il dolore. Non si riesce nemmeno ad accettare la morte. Si partorisce e si vive con anestetici e non si riesce nemmeno a fare delle scelte definitive, cioè delle “scelte per la vita”, che sono immancabilmente delle scelte per la morte. Affermando l’assolutezza del presente e della vita terrena e rinnegando dunque la possibilità di una vita ulteriore, di un valore più alto rispetto a quello della vita fisica (cosa innegabile proprio nell’Occidente attuale) è naturale allontanarsi da qualunque aspetto che possa richiamare a un dopo che non si vede, cui in fondo non si crede. Naturale considerare poco degli aspetti ulteriori rispetto a quelli meramente pratici, terreni, tangibili.
Da qui il rifiuto della violenza. E proprio da qui, quindi, la morbosa ricerca della violenza che “vende” solo se interpretata nella finzione. Lo dimostra l’applauso americano per i film violenti e il rigetto, invece, nei confronti della violenza nella vita vissuta, per esempio, tenendoci alla stretta attualità, con i fatti odierni dell’Iraq.
Al cinema e alla finzione tutto è concesso. Dalla realtà, invece, è naturale prendere le distanze. I film violenti vendono. Ed è un dato innegabile.
Dal punto di vista fideistico, poi, non è possibile non registrare l’assoluta mancanza di spessore psicologico dei personaggi di Gibson, senza considerare quello che a mio avviso è l’errore più grande: la mancanza della resurrezione, a meno di considerare la sua presenza nel film con i venti secondi finali dell’opera.
In questo senso The Passion è un film monco.
La crocifissione, infatti, ha valore solo in quanto poi avviene la resurrezione. L’importante non è tanto il Cristo sulla croce quanto il Cristo nella gloria. La speranza, ovvero, del dopo. Della salvezza.
La crocifissione è un fatto storico, la resurrezione un fatto di fede.
È curioso, in questo senso, che anche la Chiesa abbia scelto nei secoli molto di più il simbolo della croce per attuare l’iconografia più importante del suo messaggio. A discapito, per esempio, di quella della tomba vuota.  È questo ciò che salva l’umanità, poiché la cosa più importante è il Cristo nella gloria.
In The Passion questo non c’è. Forse ci sarà nel sequel, che a questo punto diventa necessario. E dunque, a fini commerciali, doppiamente e strumentalmente utile.
È poi impossibile tacere sull’aspetto dell’antisemitismo che ha girato intorno a questo film. Anche volendo respingere con forza e sdegno qualsiasi strumentalizzazione mediatica e politica che purtroppo si è abbattuta su questa pellicola, ebbene non si può lasciare senza commento uno degli aspetti che hanno fatto discutere l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori.
E non si può proprio partendo da alcuni presupposti. Sullo stesso sito del film, ad esempio, accedendo a ben nove delle diciassette lingue di traduzione in cui veniva illustrata la pellicola, si apre ancora (al momento in cui andiamo in stampa), una finestra pop up che propone un sondaggio ai visitatori in merito al pericolo antisemita del film. Segno che l’argomento non può essere taciuto tanto facilmente per una convenzione di politically correct. In tal senso, e ancora prima di entrare nel merito, ho trovato due curiosità: la prima è il fatto che il sondaggio, proposto fra le altre lingue anche in russo, polacco, olandese e aramaico rimane – in ogni caso – senza un risultato visibile. Si può votare, infatti, ma non si accede alle percentuali di voto. La seconda curiosità è che nella lingua inglese il sondaggio non viene proposto.
Entrando nello specifico, invece, dopo aver visto il film, a mio parere l’accusa di antisemitismo può resistere solo in virtù di alcune condizioni: per esempio un grande pregiudizio ideologico, oppure una capacità di lettura non particolarmente approfondita o, ancora, lasciandosi sedurre dall’aspetto medievale oscurantista di certo cristianesimo (nel quale non si può non riconoscere una sorta di antisemitismo), aspetto che prevale purtroppo in molte parti di questo film.  
Volendo entrare ancora di più nel merito, e prima di rovesciare il ragionamento attraverso una provocazione che vedremo tra poco, è poi illuminante un libro scritto dal giurista e storico ebreo Chaim Cohn “Processo e morte di Gesù” – Einaudi 2001 – secondo il quale era impossibile che gli evangelisti, all’epoca in cui scrissero i Vangeli, non adottassero una sorta di soluzione di marketing – attraverso la colpa agli ebrei della morte di Cristo – quando il mondo romano doveva essere il terreno più importante di proselitismo.
L’interpretazione antisemita della vicenda è comunque obsoleta e può addirittura essere rivoltata: se non ci fosse stato quel processo sommario non ci sarebbe stata la crocifissione e dunque neanche la resurrezione…
È tuttavia difficile credere alla diffusa capacità di comprensione profonda da parte del pubblico nel momento in cui nelle sale si ascolta il “Crucifige! Crucifige!” pronunciato dai sommi sacerdoti della religione ebraica. È proprio in questo, infatti, che si annida uno dei pericoli più grandi della pellicola: la possibilità di essere fraintesa.
La Chiesa stessa, da cui era lecito aspettarsi finalmente una presa di posizione su questa vicenda, ha dato segni di evidente frammentazione in merito ai giudizi sul film.
Ci sono state prese di posizione entusiaste, come quella del cardinale colombiano Dario Castrilliòn Hoyos, Prefetto della Congregazione del clero oppure di Joseph Augustin Di Noia, Sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede. In Europa si sono schierati a favore Vittorio Messori e John Patrick Foley, presidente del Pontificio consiglio per le comunicazioni sociali. Il film è piaciuto molto anche ai Legionari di Cristo e all’Opus Dei, oltre che al direttore di Studi Cattolici, Cesare Cavalleri e al direttore della Sala Stampa vaticana, Joaquìn Navarro-Valls. Accanto a queste ci sono alcune posizioni che definisco “problematiche”, come quella della Conferenza episcopale italiana secondo la quale la visione del film deve essere guidata. Dubbioso anche Gianfranco Ravasi, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana e noto biblista. Quindi si passa ai contrarissimi, tra cui il cardinale arcivescovo di Parigi, Jean-Marie Lustiger, che ha accusato il film di vero e proprio sadismo. Critico inoltre anche il gesuita Lloyd Baugh, docente alla Gregoriana. Infine chi ha criticato il film ancora prima di averlo visto, come lo storico della Chiesa Alberto Melloni, secondo cui “Gibson piace a una Chiesa pulp, che crede ai miracoli avvenuti durante le riprese e annunciati nel sito del film”.
Insomma, una babilonia nello stesso condominio.
Non desta stupore, quindi, che di fronte a così tanta frammentazione siano nate negli ultimi anni, proprio negli Stati Uniti, delle associazioni di vario titolo e competenza per portare avanti proprio quella che ho chiamato “Christian Pop Revolution”. Associazioni che usano tranquillamente la pop culture e l’entertainment, l’editoria e il web per promuovere i film, le realizzazioni artistiche, i libri e tutti i supporti moderni che possano aiutare nella diffusione del messaggio cristiano, ovviamente secondo la visione che è possibile immaginare dal lavoro di Gibson e, più in generale, da tutta la speculazione di marketing e merchandising fatta attorno a The Passion, solo per riferirci all’oggetto di questa circostanza.
The Passion è dunque di un manifesto ideologico e speculativo sotto l’aspetto economico senza avere, peraltro, valore di cronaca e tanto meno valore storico. Non ha messo d’accordo la Chiesa né le ha dato l’input necessario per prendere finalmente una posizione. Ha riempito le case americane di chiodi souvenir venduti al di fuori delle sale di proiezione e ha dato in mano agli statunitensi anche una sorta di leadership sull’interpretazione del messaggio forse più importante della nostra cultura. Con la rivisitazione di Gibson si è tornati a una lettura obsoleta del cristianesimo di cui il mondo cattolico e cristiano non avevano bisogno: se il mondo di Gibson è un luogo orrendo dove Giuda non ha redenzione, ma solo la dannazione dell’anima, se viviamo in un mondo di diavoli, di mortificazione della carne e di orrore per la vita dei comuni mortali, se siamo al di fuori di ogni dignità dell’uomo, ebbene allora neghiamo i migliori valori del cristianesimo stesso. Macchiandoli del verde dei dollari.
L’ostentazione del dolore nel film è a mio avviso troppo urlata, fino a diventare insostenibile per gli spettatori e a destare delle crisi di rigetto, che certamente non aiutano alla comprensione. È così cruda la trasposizione che non rimane il tempo di riflettere. Di recepire il messaggio necessario a destare un risveglio di quei valori che il film dovrebbe invece promuovere. Il messaggio non arriva, o arriva male. È questo il punto, questa la pecca pericolosa del film.
Se messaggio doveva essere, ebbene si percepisce un Gesù che predica amore e riceve in cambio dolore. Dunque la riproposizione del mistero. Da qui al sacro il passo è breve, è vero, ma per avvicinarsi a esso c’è bisogno di trascendenza, e non sono affatto convinto che il pubblico di The Passion sia stato messo in grado di provare a trascendere e quindi di mettere in discussione propositiva le problematiche della nostra società. Così come di fare una riflessione sui valori cristiani della nostra cultura.

Valerio Lo Monaco

Posted on giovedì, marzo 10, 2005 at 12:11PM by Registered CommenterSteppenwolf in | CommentsPost a Comment | EmailEmail | PrintPrint