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Entries from February 1, 2005 - March 1, 2005
La Soddisfazione
La soddisfazione è collegata al desiderio come Thanatos a Eros.
Chi non desidera non può essere soddisfatto. Allo stesso tempo chi si ritiene soddisfatto deve sperare solo di poter desiderare ancora, altro. Sempre altro. Di più.
Dannati i soddisfatti dunque, che scambiano la stabilità di una vita soddisfacente per la staticità della calma apparente. Pura geometria del nulla.
Tutto parte quindi dal desiderio. Per i più fortunati dalla passione. Avere passione significa infatti patire l’altro. Oppure patire il raggiungimento di una cosa, uno stato d’animo, un’emozione. E non v’è perversione più dolce.
Il vero desiderio è pertanto la fiamma che spinge oltre il limite. Poiché il raggiungimento di qualche cosa è sempre e comunque spingersi oltre un limite che inizialmente ci è precluso.
È lo spirito di trasgressione la molla che fa scattare il desiderio. Superare il divieto, l’ostacolo che impedisce il raggiungimento dell’oggetto, dello stato d’animo, della persona o del suo corpo.
E la trasgressione stessa ha bisogno del divieto, non può rinnegarlo, non lo rimuove, poiché gli è indispensabile. Perché ha bisogno di superarlo.
Dalla vittoria di una delle due componenti si manifesta la soddisfazione oppure la frustrazione.
La trasgressione attrae, il divieto respinge.
Dal dominio di uno dei due scaturiscono due tipi di percorso. C’è chi ricerca orizzontalmente e chi verticalmente.
La soddisfazione orizzontale è quella che non supera il limite del desiderio. Quella che si accontenta di rimanere in acque tranquille. Quella che non osa e si autoconvince.
La soddisfazione verticale è quella che tende in alto, oltre, a superare il limite. Anche se ogni viaggio si intraprende necessariamente per tornare, non per arrivare.
E non è vero che chi si accontenta gode. Chi si autoconvince sopravvive, non altro. Anche se non è detto che sia una pratica sbagliata. La vita però, oltre che preservata, chiede disperatamente anche di essere vissuta. Il che comporta dei rischi. Affascinanti. Oltre al rischio di essere soddisfatti.
Vivere è desiderare, checché ne dica il Buddha. Il regno del non desiderio non è di questo mondo. Desiderare e cercare soddisfazione è umano, troppo umano, per parafrasare Nietzsche. E umani siamo, non altro: guardare e non toccare, o imporsi di non desiderare, sono esperimenti per asceti oppure per tenere a freno le pulsioni naturali dell’uomo attraverso comandamenti di natura religiosa o sociale. Che poco hanno a che fare con la natura stessa dell’uomo.
Per l’intima soddisfazione bisogna parlare invece di vera e propria sua cultura, cosa che miscela il sacro con il profano, la fisica con la metafisica. Perché cultura è l’unione di coltivazione e culto. Di terra e cielo.
Andare oltre il limite, desiderare, significa pertanto mirare alle stelle: de-sidera. Enche se talvolta si finisce all’inferno.
Il risultato può essere inverso, fato e caso ne implicano immancabilmente il verdetto. Ma in ogni caso è vivere anziché sopravvivere.
Eppure il desiderio bisogna sperare che non conduca mai alla soddisfazione piena. Eros non deve mai arrivare a totale compimento, pena la sua ineluttabile morte.
Possiamo morire di desiderio oppure far morire il desiderio stesso realizzandolo ed essendone soddisfatti, de facto esaurendolo, eliminandolo.
Generalmente al bruciare noi stessi per il desiderio preferiamo far morire il desiderio medesimo raggiungendolo e annientandolo. È umano.
C’è chi è soddisfatto di una bistecca cruda. Chi di un piatto elaborato. Chi si accontenta di una ventenne acerba. Chi s’innamora di una quarantenne affascinante. Chi è soddisfatto del sesso. Chi invece aspira all’erotismo.
Beato dunque chi non è mai soddisfatto pienamente. Chi ha sempre nuovi limiti da superare. Chi brucia di desiderio come un bosco che arde invece di consumarsi come una candela votiva.
E beato ancora di più chi trova nel viaggio stesso, più che nell’approdo finale, la soddisfazione perenne.
Chi trova soddisfazione nel viaggio è destinato alla felicità.
Ci sono quindi due speranze per chi vuole essere soddisfatto nella propria vita: quella di non raggiungere mai la piena soddisfazione, e poi la capacità, un giorno, di arrivare ad accettare che ciò che di meglio possiamo sperare e desiderare è un’imperfetta salvezza. Una perfetta insoddisfazione.
VLM
(pubblicato su PelleNoLeather di febbraio)
Esce "Klito", di Giuseppe Carlotti
Oggi Steppenwolf diventa una nursery. Con grande orgoglio e in pizzico
d’onore e rivincita appendiamo fuori dalla porta un fiocco azzurro.
Anzi rosa.
Insomma, in tutte le librerie, oggi esce Klito, il libro d’esordio di Giuseppe Carlotti che, chi ha seguito questo sito da un paio d’anni, già ben conosce.
Scriverò una recensione in uno spazio più appropriato, vale a dire su
una delle riviste culturali per le quali scrivo, ma questo spazio
privato è il luogo più adatto per esprimere invece la soddisfazione più
intima di presentarvelo e per togliermi anche qualche sassolino dalla
scarpa.
Il libro di Giuseppe merita un successo di pubblico almeno decuplicato
rispetto alla enorme operazione di marketing che già gli è stata
riservata dall’editore, che è Fazi.
Chi, fino a ora, ha assistito alle sue eiaculazioni periodiche su
questo sito, il più delle volte “pulendosi il viso” sdegnatamente
(usando una espressione certamente cara all’autore di Klito) adesso
potrà finalmente vedere il risultato di tale concepimento. Se ne avrà
il coraggio.
Abbiamo dalla nostra il fatto di avere sempre creduto nella genialità
di Giuseppe, pur entrando in conflitto con il 93.7 per cento delle cose
che ha sempre scritto e l’onore vouyeristico di avere assistito al
coito, leggendo in via di scrittura e in bozze ciò che poi è stato
pubblicato. Dunque avevamo ragione a difenderlo, sempre e comunque. E
viene anche un po’ di commozione fraterna a pensare che all’asilo
facevamo pipì insieme per vedere chi arrivava più lontano.
Comunque, per chi ha fegato, il libro è da oggi in libreria,
riconoscibilissimo per via di una copertina fuxia come erano fuxia i
panta-collant di moda negli anni Ottanta.
Compratelo. E poi, o prima, andate a vedere il nuovo sito di Giuseppe: www.giuseppecarlotti.com.
VLM
Il film: Ma Mère: rifiuto o ipocrisia?
La battaglia costante dell’uomo nei confronti dell’ignoto è stata
condotta attraverso l’utilizzo delle metodiche più disparate. Ha
tentato attraverso la filosofia di comprendere, la scienza di dominare
e la religione di accettare per finire, secondo la tendenza nichilista
del punto in cui è arrivato, almeno in Occidente, con il tentarne la
rimozione.
È in questo senso, e solo in questo, che vale la pena riflettere sulla
debacle cinematografica del film Ma Mère, sceneggiato da Cristophe
Honoré riprendendo il romanzo omonimo di Georges Bataille e
interpretato magistralmente da Isabelle Huppert, la dark lady del
cinema d’autore.
A conferma di questo, del resto, è impossibile non cogliere l’aspetto
religioso dell’argomento di cui parla il film, ossia l’erotismo.
Religioso nel senso d’esperienza interiore: nulla, oggi, fa più paura
di un viaggio al di là dei confini materiali e umani dell’esistenza.
L’esperienza, infatti, “è un viaggio al confine del possibile
dell’uomo”. In tal senso, la vera esperienza, anzi l’unica, è possibile
solo se suscitata dalla trasgressione dei divieti, dei limiti e delle
abitudini mentali.
Sondare gli aspetti dell’erotismo equivale a cercare di superare il
limite della morte. Per dirla ancora con Bataille, infatti, “l’erotismo
è l’approvazione della vita fin dentro la morte”. Gli stati senza fede
né significato apparente, come appunto l’erotismo, sono proprio quelli
attraverso i quali s’intravede la trasgressione ultima, vale a dire la
scomparsa nella morte.
È tuttavia sbagliato cercare i motivi della scarsa affluenza alle sale
e delle feroci critiche di plastica apparse sui giornali in ragioni
tanto lontane dal sentire e dalla cultura comune. Ma Mère parla
principalmente di una storia incestuosa ed è in questo il superficiale
respingimento alla sua visione da parte del pubblico. Eppure tale
aspetto non rappresenta che uno solo degli affascinanti lati dell’opera
omnia di un intellettuale che ha avuto il pregio, considerato un
difetto dai più, nel mondo attuale, di andare a studiare dove
ipocritamente, oppure, pigramente, ma molto più spesso consapevolmente
paurosi non si è mai tentato di andare.
Secondo Bataille l’uomo “non è in grado di illuminare e successivamente
dominare ciò che lo spaventa (…) ma può superare, può guardarlo in
faccia, e così facendo sfuggirà a quella singolare ignoranza di se
stesso che finora lo ha caratterizzato”.
Uno dei fini dell’erotismo è quello di conoscere l’essere nel suo
intimo, cioè quando “il suo cuore viene meno” ed è infatti
indubitabile, per chi abbia mai tentato di affrancarsi dalla mera
attività sessuale dedita alla riproduzione, che ciò che è in gioco
nell’erotismo è proprio lo sconvolgimento dell’ordine, anzi, il suo
punto più alto lo si può trovare esattamente nel momento della
violazione.
Per “erotismo sacro”, secondo la triplice divisione degli erotismi
possibili teorizzata da Bataille, vi è infatti proprio il perseguimento
dell’essere nella sua pienezza naturale, cui l’individualità non impone
più barriere. Questo aspetto interiore evidentemente fa paura. Oppure
non interessa, il che è peggio. Se l’uomo non riesce a rispondere
all’interrogativo, oppure non se lo pone neanche, non necessariamente
si elimina l’interrogativo stesso. Secondo Bataille noi siamo
“l’apertura a tutte le possibilità, quest’attesa che nessuna
soddisfazione materiale riuscirà mai a esaudire, e che l’articolarsi
del linguaggio non può ingannare! Noi siamo alla ricerca di una
sommità. Ognuno di noi, se la cosa gli aggrada, può trascurare
l’indagine, la ricerca. Ma l’umanità nel suo complesso aspira a tale
sommità, l’unica che lo definisca, l’unica che ne costituisca la
giustificazione e il senso”. Ed è proprio l’erotismo, secondo
l’intellettuale francese, a essere uno dei momenti più intensi (oltre
all’esperienza dei mistici) ed è, pertanto, posto proprio alla sommità
dello spirito umano. L’uomo è un animale erotico, dunque un problema ai
propri stessi occhi. E non si può ridurre l’erotismo – a meno di
mutilazioni, peraltro il sistema più utilizzato – a qualcosa di scisso
dal resto della vita. Si può fuggire dalla sua conoscenza. Oppure
cominciare uno dei viaggi più interessanti, quello all’interno della
nostra natura. Anche seduti in una sala cinematografica.
Le cose che attirano di più, del resto, sono proprio quelle che potenzialmente sono in grado di distruggerci.
Dunque Ma Mère. Per chi ha curiosità e non è in conflitto con sé
stesso. Un film sulla dissoluzione della vita dell’uomo, sul vizio,
sulla trasgressione. Un film violento eppure pieno di natura, che
infatti nella sua realtà è violenta. Con un dialogo ridotto
all’essenziale, che giunge dunque all’espressione più scarna ed
efficace. Un film provocatorio fin dentro alla consumazione
dell’incesto.
Ma è proprio dal superamento di questo enigma, peraltro il più semplice
da affrontare, che si può accedere con più serenità alla visione e alla
comprensione degli altri aspetti presenti nella pellicola.
Quindi partiamo proprio da qui. Secondo Bataille l’esistenza umana è
articolata (anche) dai divieti. E la natura di questi divieti è spesso
capricciosa, superficiale e insignificante. I più grandi sono sulla
morte (che si rifiuta) e sulla funzione sessuale, ed entrambi hanno a
che fare, guarda caso, con la violenza. Ciò che l’universo del lavoro,
inteso come contrario alla dissoluzione, cioè la vita utile, corretta,
produttiva e sistematica esclude, è proprio la violenza. Vale a dire
uno degli aspetti che si propone alla meditazione di chiunque si voglia
interessare all’aspetto dell’erotismo.
La proibizione dell’incesto è però estremamente diversa a seconda dei
tempi e dei luoghi in cui è stata ed è applicata. Claude Lévi-strauss
ha fatto in tal senso uno studio monumentale, deducendo e dimostrando
che nelle società arcaiche questo veto non poteva derivare solo da un
vago divieto basilare che inducesse gli uomini a obbedire a tali leggi,
opposte alla libertà animale. Tale divieto rispose, almeno all’inizio,
a un tentativo di regolare la violenza che altrimenti sarebbe stata un
forte deterrente per l’ordine che la società voleva darsi. La regola
dei matrimoni, sempre dimostrata da Lévi-Strauss, e collegata con
l’enigma dell’incesto, indusse a trovare il senso di tale problema.
Ebbene, il divieto all’incesto rispondeva solo e semplicemente alla
preoccupazione di dare una soluzione alla ripartizione delle donne
disponibili. Può non piacere, ma è così, e in questo caso si tratta
solo di registrare freddamente un dato. L’uomo si negava le madri e,
soprattutto, le sorelle, per donarle alla società.
La specificità dell’uomo è infatti data dalla comparsa del lavoro.
L’uomo non si limita ad accettare il dato naturale ma lo trasforma e lo
educa secondo i suoi bisogni. Analogamente, l’uomo, cerca di educarsi e
si limita nei suoi bisogni naturali (per esempio i sessuali) negando sé
stesso a favore dell’utilità. Ora non è tanto il caso di stabilire se
l’educazione (anche sotto forma di divieti religiosi) è la conseguenza
del lavoro oppure il lavoro una conseguenza della mutazione morale, ma
è innegabile che queste due negazioni, cioè del mondo così com’è e
della natura animale dell’uomo stesso, siano essenzialmente collegate.
Da sempre. Dalla creazione del primo utensile oppure, più precisamente
e in senso religioso cattolico, dalla foglia di fico nel paradiso
terrestre. Atto, quest’ultimo, che rappresenta la nascita dell’erotismo
e atto che discende da un altro dato di fatto: la creazione della donna
da parte di Dio è stata accettata dalla teologia, ma come anche il
fatto che dopo la creazione fu l’uomo a chiamare la donna, e non
viceversa.
Apparentemente, infatti, e secondo un ordine di pensiero analitico e
razionale, il matrimonio (regole, divieti, doveri ecc.) è la
“sopravvivenza del tempo in cui i rapporti sessuali ne dipesero
essenzialmente”. Non si capisce il motivo per il quale il divieto
dell’incesto s’impose con tanta forza se non lo si considera necessario
a contrastare un impulso evidentemente tanto intenso. Siccome si tratta
di un divieto sessuale, sottolinea, di conseguenza, il suo proprio
valore dal punto di vista sessuale.
In merito all’incesto c’è poi il caso della totalità dei “divieti
religiosi” che ci sono noti e che continuiamo a rispettare. La teoria
teologica si basa sull’eugenetica: conservare la specie e porla a
riparo dagli effetti di unioni tra consanguinei. Secondo altre scuole
di pensiero, molto diffuse, si tratta “della proiezione sociale, dei
sentimenti e delle tendenze che la natura dell’uomo, attraverso la
‘ripugnanza istintiva’, basta da sola spiegare”. Anche se secondo la
psicanalisi non è proprio così. Anzi. Ma questo sarebbe ancora un altro
discorso.
L’incesto è quindi un divieto che risulta da alcune regole primigenie
più altre variabili e che dunque sarebbe molto più semplice codificare
e accettare senza ulteriori meditazioni proprio se non fossero
intercorsi quegli altri divieti di carattere “variabile”. Da popolo a
popolo, da tempo a tempo. Ma così non è.
Chiariamo che non si tratta, qui, e tanto meno nel film Ma Mère, di
fare un elogio dell’incesto né un’incentivazione a esso, quanto di far
riflettere sull’incapacità di affrontare degli argomenti che si danno
per acquisiti senza una conferma personale data dalla ragione. Questo è
del resto il motivo per cui non si può più, razionalmente, definire
l’incesto come qualcosa di “osceno”. L’oscenità non è una cosa, cioè
non è un oggetto, ma la relazione tra un oggetto e il modo
d’interpretazione di quell’oggetto da parte della persona. È, dunque,
un aspetto arbitrario. L’incesto è una di queste situazioni arbitrarie,
nell’interpretazione e nelle modalità della sua stessa esistenza.
Secondo Lévi-Strauss, inoltre, vi è una contrapposizione tra lo stato
naturale dell’uomo e quello culturale. O in altre parole, tra lo stato
animale e quello dell’uomo. Semplificando, possiamo dire che lo stato
naturale sta all’animale come quello culturale all’uomo. Questa cosa ci
trova in larga parte d’accordo, ed è, ovviamente, proprio a conferma
dello studio di Bataille: volto, come già detto, a sondare gli aspetti
interiori e primordiali dal punto di vista delle pulsioni naturali,
sessuali, dell’essere scevro da condizionamenti culturali e sociali di
qualsiasi tipo.
Altro aspetto del film è poi una innegabile intenzione alla
dissoluzione della vita. Bataille studiò questo comportamento
dell’uomo, che si esprime ai giorni nostri sotto diversi aspetti e non
solo dal punto di vista sessuale ed erotico.
Esiste nella natura e nell’uomo, da sempre, una tendenza all’eccesso, a
qualche cosa di cui non ci è dato sapere la finalità: l’universo
stesso, dal punto di vista razionale, non ha alcuna finalità. Ed è, per
il nostro pensiero, “eccessivo”.
In merito agli impulsi l’eccesso si manifesta attraverso la violenza
che vince sulla ragione. È l’eterna battaglia tra il Bene e il Male. Il
Bene è generalmente identificato con il lavoro, con la rinuncia del
momento a favore di un profitto futuro, in ogni campo. Il Male,
viceversa, con il godimento dell’attimo presente, a discapito del
futuro, cioè con il cedimento agli impulsi immediati.
Di fronte a ciò, la natura dell’uomo può anche porsi come un rifiuto
alla vita equilibrata ossia con la ricerca del piacere immediato, a
discapito del futuro.
Per fare questo vi è quindi la necessità di trasgredire a un divieto, e
dunque si apre il sipario, solo apparentemente torbido, della
trasgressione.
Trasgredire a un divieto del resto non implica la caduta del divieto.
La trasgressione ha bisogno, anzi, del divieto stesso per rendersi
manifesta. La trasgressione non ignora il divieto, altrimenti sarebbe
bestialità, ma semplicemente lo supera, ben conoscendone i limiti. I
due movimenti che ne fanno parte sono terrore e attrazione. Il primo
(superare il divieto) respinge, mentre il secondo determina la
trasgressione.
L’erotismo è proprio costituito, guarda caso, dall’implicazione
associata di piacere sessuale e divieto. E questo, del resto, secondo
Bataille costituisce gran parte della condanna della società moderna,
votata alla laboriosità, quando è invece destinata “naturalmente” alla
trasgressione.
L’importanza del divieto è in ogni caso indispensabile, perché venendo
a mancare il divieto non è possibile la trasgressione e rimane,
seguendo l’impulso, solo la profanazione o, meglio, l’aberrazione. Che
conduce dritta alla distruzione chiudendo il cerchio di questo viaggio
di Bataille. Oltre che l’epilogo di Ma Mère.
C’è chi rimane in contemplazione del desiderio senza mai spingersi al
limite del suo possesso. Cioè senza eccedere, senza superare i limiti.
La natura dell’uomo sa bene, del resto, che non è possibile possedere
l’oggetto che ci fa bruciare di desiderio, e dunque si arriva a una
scelta di non ritorno: farsi consumare dal desiderio oppure possederlo
e finire di bruciare per lui. Possedendolo però si arriverà a non
desiderarlo più. Ed è a questo punto che si arriva alla scelta. L’uomo
preferisce far morire il desiderio, possedendolo, piuttosto che morire
esso stesso.
Dunque la ricerca costante dell’appagamento. La dissoluzione della vita
alla ricerca del piacere immediato. Che, tradotto in altre parole, può
riassumersi in una sorta di “indifferenza” alla morte, sceneggiata nel
film con la masturbazione del figlio davanti al cadavere della madre.
Non sembra affatto superfluo, in conclusione, e proprio nel momento
storico in cui ci troviamo, comprendere la tentazione al disordine come
rifiuto della società attuale di cui talvolta fatichiamo a trovare un
senso.
Ci si può immergere nella società tentando di modificarla, oppure fuggire nel disordine.
Se non è accettabile, secondo la nostra morale comune, pendere per la
seconda ipotesi, a nostro avviso lo è ancora di meno rimanere in
equilibrio sterile nel mezzo, ove non c’è lucidità d’intervento di
modifica né scelta di abbandono al disordine. Caso quest’ultimo,
purtroppo maggiormente diffuso. Anche nella scelta di respingere a
priori ciò che sarebbe invece necessario andare quanto meno a conoscere.
Valerio Lo Monaco
(pubblicato su La Destra Trimestrale, N° 8)
Autunno. E violino.
Qualche volta mi sembra anche di trovare una calma trascendentale. Mi
viene voglia di vestire un paio di jeans a pelle e un cappotto di lana
da chiudere intorno al torace nudo e di andarmene in giro con la musica
di Corelli nelle orecchie.
C’è quel violino che mi indica la via del’ascesi verso un mondo senza
materia. Un mondo del rifiuto, un mondo dell’andate a fare in culo
tutti.
Sai, ho una bella storia da raccontare. E come dice il suonatore che
non sapeva di suonare il jazz, quando hai ancora una storia da
raccontare allora vuol dire che non sei mai fottuto del tutto. Poi se
chiudo gli occhi mi viene da pensare anche che una bella storia la devo
ancora scrivere ma ce l’ho pur sempre con me. Mi scorre nelle vene.
Scorre su quei tasti del pianoforte e lungo quelle corde vocali. Scorre
come l’aria in quel flauto che ha quella donna in gola e sulle sue
unghie lattee. Scorre come il sangue da quei graffi che ho sulla
schiena o da quel seme che esce fuori quando sta in ginocchio davanti a
me.
Scorre, è lì. Dentro.
Scorre come dolore. Scorre come piacere.
Stanno mano nella mano sotto un bosco in autunno dolore e piacere. Che
l’inverno è troppo presto per arrivare mentre l’estate c’è troppa luce
per sognare e la primavera, beh, la primavera lasciamola a quelli che
sorridono senza sapere perché.
Invece quelle foglie sotto i piedi che scricchiolano dicono che ci
sono. Che passo. Che faccio anche rumore. E quell’arancio e giallo e
rosso tutto intorno in verità mi ardono in petto.
Non mi va. Capisci? Non mi va. E allora perché devo farlo? Chi l’ha detto che il male è male e che il bene è bene?
Ciò che fa bene a te fa male a me. E mi devo sentire in colpa e
rinnegarmi per fare del bene agli altri? È vita questa? Oppure è solo
purgatorio? Per raggiungere cosa? Quel paradiso senza di te?
Il prossimo per me non farà mai un cazzo, e il precedente in fin dei conti ha fatto un bel casino.
Dunque io. Il mio ombelico. Io. Io. Solo io.
Seduto. Del resto dove andare se non si sa bene dove andare? Oppure
perché tentare di andare quando ancora non ci si sente le forze di
farlo?
Seduto. Silenzio. Solo.
Si sta così bene qui.
Ascolta…
Con le foglie che cadono. Una a una. E una, prima o poi, finisce fra i tuoi capelli…
(Lorenzo)
